Moises Naim, la fine del potere
Moisés Naím
La fine del potere
Mondadori, 2013
Moisés Naím
La fine del potere
Mondadori, 2013
Può una mostra artistica, essere così innovativa da incidere nella storia e nella concezione dell’arte? Sì, se prendiamo in considerazione quella che si aprì a Vienna il 15 aprile 1902, dedicata al genio artistico di Beethoven. Lì nel padiglione a forma di tempio costruito a Karlplatz e inaugurato nel 1898, su progetto di Joseph Maria Olbricht, ebbe origine una nuova idea dell’arte e di come esporla.
DER ZEIT IHRE KUNST, DER KUNST IHRE FREIHEIT, “Al tempo la sua arte, all’arte la sua libertà” – era il motto scritto a caratteri d’oro sul frontone della struttura: un semplice cubo bianco sormontato da una cupola traforata, scandito da semplici motivi lineari che ne evidenziavano l’assetto geometrico.
Il palazzo della Secessione era distinto dagli altri edifici neobarocchi e neoromantici che caratterizzavano il paesaggio urbano di Vienna alla fine del XIX secolo. La Secessione era un’associazione fondata nella capitale asburgica nel 1897, sulla scia di analoghe iniziative sorte a Monaco (1892) e a Berlino (1893): si trattava di un gruppo eterogeneo di artisti e architetti uniti dal desiderio di rinnovamento della vita artistica ufficiale, in aperta contestazione con il pesante accademismo dell’epoca. L’opera d’arte dove diventare “totale”, diversi stili dovevano convergere nel medesimo spazio espositivo. L’innovazione più significativa della “Secession” fu proprio nella nuova progettazione dell’allestimento. A differenza di analoghi movimenti europei, quello austriaco si distinse subito per uno stile inconfondibile e ben definito. L’innovazione della mostra del 1902 era semplice: non si tratta più di allestire un semplice “set” adeguato, ma di concorrere attraverso opere molteplici alla creazione di una scenografia la statua di Beethoven realizzata dallo scultore Max Klinger e posizionata al centro del nuovo tempio, al posto dell’altare.
Olbricht aveva previsto pareti mobili e spazi trasformabili, riducendo la minimo gli elementi fissi. Fin da subito, con quella mostra e nell’organizzazione di quelle successive, fu messa in pratica la nuova concezione dell’allestimento: non più dipinti appesi alla rinfusa e in più file sulle pareti, ma un’unica sequenza di dipinti per ogni autore, ad altezza d’occhio e su sfondi adatti, in ambienti appositamente disegnati da un architetto allestitore che per l’occasione era Josep Hoffmann, molto attento alle sequenze geometriche, dove ogni elemento, seppur realizzato da artisti diversi, sembrava trovarsi al posto giusto.
Il presidente del gruppo viennese era un pittore trentacinquenne e già affermato, Gustav Klimt, il quale insieme a Hoffman sarà il principale protagonista dell’evento. La mostra del 1902 resta fondamentale nella breve e intensa, storia della Secessione. L’esperienza acquisita attraverso le decorazioni, gli arredi, l’uso dei più svariati materiali, condurrà alla fondazione della Wiener Werkstaette, un insieme di laboratori di arti applicate che apre un nuovo campo di attività, mentre la forte stilizzazione figurativa, che l’unità perseguita da Hoffmann nell’allestimento aveva fatto prevalere, si impose definitivamente come cifra dello stile secessionista.
Felice Presta
Il tempo, cosi inClemente, ci sta dando un po’ di tregua e a prescindere da piene, esondazioni eccetera, ampiamente trattati sulla pagina Facebook di Sannio Report, -perché Noi a differenza di altri giornalai cittadini il fango lo abbiamo spalato 8 anni fa- adesso mi devo soffermare di quello che poi è accaduto nei giorni successivi e che NESSUNO ha trattato come si deve.
Cosa è successo? Beh quando pioveva abbiamo avuto notizia che il nostro sindaco girava in auto con il comandante della Polizia municipale per vedere come era la situazione in giro per la città, benissimo, per poi mandare gli stessi agenti e tecnici a verificare negli istituti scolastici comunali com’era la situazione il giorno successivo. I giornali locali ne hanno dato ampiamente notizia.
Caro sindaco, come volete che sia la situazione all’interno di plessi scolastici vetusti e carenti di qualsiasi manutenzione? Una pittata e una distesa di guaina sui tetti non è manutenzione.
Edifici che risultano, dalle carte comunali che noi acquisimmo anni fa, inagibili (da abbattere e ricostruire), parzialmente agibili o da dichiarare agibili dopo lavori interni strutturali che non sono mai stati fatti? Ufficio lavori pubblici giusto per chiarire dove andammo a prendere le carte.
E’ sempre colpa di quelli che hanno preceduto?
Sicuramente anche loro non è che abbiano fatto molto per gli istituti scolastici, ma voi, nonostante carte alla mano, in 7 anni di amministrazione cosa avete fatto?
Ogni volta che c’è allerta arancione si chiudono le scuole, poi si procede alle verifiche del caso -dove più volte sono state messe in evidenza infiltrazioni di acqua in questi edifici- ma in sostanza, e nonostante le dichiarazioni roboanti di un assessore ai lavori pubblici che ripete sempre lo stesso mantra -“stiamo facendo, stiamo lavorando, sono iniziati i lavori, abbiamo partecipato al bando ecc.”- l’unica scuola che è stata aperta rimane la Bosco Lucarelli a piazzale Catullo dove, e lasciatemelo dire, il merito è tutto nostro come più volte raccontato.
E nel frattempo cosa si fa? Assolutamente nulla. Adesso partono i lavori, si, ma quando, dove e, soprattutto, quando finiranno?
La Federico Torre è da abbattere e ricostruire. Benissimo, e come mai i ragazzi continuano ad entrare in una scuola presumibilmente inagibile (lo avete detto voi che era da abbattere)?
E ad ogni goccia un po’ più grossa di pioggia assistiamo a questo spettacolo, indegno per una società civile, dove parte della città si preoccupa di finire sott’acqua, e un’altra parte si preoccupa delle scuole dove vanno i loro figli.
E le scuole si chiudono, e i lavori non partono per le nuove, però assistiamo ai tanti tagli del nastro che il nostro sindaco, immancabilmente ci regala quasi ogni mese. E fa niente se ogni tanto alza la voce perché quando taglia il nastro è dispiaciuto che ci sia poca gente. Potrebbe sempre fare manifesti di richiamo al grido “abbattiamoci le mani” (canzone semisconosciuta di Jerry Scotti).
Ci siamo stancati di scrivere sempre le stesse cose e di fare denunce. La lettera del Prefetto di 3 anni fa la custodiamo nel cassetto con la risposta alla nostra nota sulle scuole che gli mandammo.
Benevento ha scelto, alle elezioni dello scorso anno, di riconfermare l’amministrazione precedente che continua come sempre. Le giostrine inclusive sono importanti ma forse la sicurezza dei plessi scolastici comunali (e provinciali) un pochino in più!
Voi che ne dite?
Felice Presta
Dal 2002, la maggior parte di noi europei spende una moneta, cui non corrisponde alcuno stato. Caso unico al mondo, quel che dovrebbe essere la massima espressione della sovranità, continua a non avere un sovrano. C’è un controllore, la Banca Centrale Europea, senza un contrappeso politico, altra stravaganza di una situazione dalle conseguenze imprevedibili. Il destino dell’euro come moneta orfana di un governo è scritto nel suo codice genetico. Come altre unioni monetarie del passato, quella europea è stata giustificata con ragioni tecniche, ma è basata su logiche puramente politiche. Forse ve l’hanno raccontato molte volte, ma l’euro è soprattutto un desiderio dei francesi e dell’allora presidente Mitterand, dopo la riunificazione della Germania nel 1990, che minacciava di ricreare una propria politica di potenza al centro dell’Europa, in virtù di un forza economica notevole grazie alla supremazia del marco e a un solido sistema industriale. Da qui l’idea, di proseguire in fretta e furia, verso la moneta unica nell’illusione di imbrigliare la Germania, ottenendo esattamente il risultato opposto. L’euro per i tedeschi ha avuto l’effetto di una svalutazione competitiva, consentendogli un aumento delle esportazioni e del potere decisionale attraverso la forza economica.
Senza un qualche tipo di unione politica, si è deciso di sparpagliare la sovranità monetaria a tutti, praticamente a nessuno. Anche perché, se l’euro fu fatto, in un certo senso, contro la Germania, fu con questa che si dovette discutere al momento di scrivere le nuove regole che così imposero una banca centrale unica che ricalcasse nello stile e nella mentalità la Bundesbank tedesca, senza il controllo di nessuna autorità politica.
Quello di Maastricht è un testo strano, le cui pagine riflettono appieno la genesi franco-tedesca del progetto monetario europeo. Ai principi illuministici, mutuati direttamente dal mito della rivoluzione francese, si alternano passaggi di tecnica monetaria, che risentono fortemente delle teorie di Milton Friedman e della scuola di Chicago, particolarmente in voga in certi ambienti finanziari tedeschi vicini al governo. L’idea principale risiede nel sacro terrore dell’inflazione e nella funzione deflazionistica del ruolo della Banca Centrale, il cui mandato consiste nel tenere semplicemente sotto controllo l’andamento dei prezzi. Una ferrea disciplina monetaria. Questa politica deflazionistica è troppo rigida e, soprattutto, poco compatibile con le economie dell’Europa meridionale, storicamente meno efficienti e più avvezze alle svalutazioni. Non diciamo niente di nuovo. Le unioni monetarie generano squilibri notevoli, come spiegato bene dal cosiddetto “ciclo di Frenkel”. (1) Non è chiaro fino a che punto, nella fase di gestazione dell’euro, quali fossero le posizioni nell’elites europee, al di fuori della Germania. A giudicare dalla loro condotta, l’errore è stato quello di considerare il Trattato di Maastricht come un semplice accordo politico, nella sua genesi e soprattutto nell’applicazione. Un accordo flessibile, suscettibile di ogni genere d’interpretazione, a tal punto da illudersi di poterlo aggirare. Non vi sembra il momento giusto per contestare certi dogmi?
NOTA
Il ciclo di Frenkel si compone di sette fasi.
1. All’interno di un’area valutaria vengono introdotte norme che liberalizzano la circolazione dei capitali e dunque non ci sono più vincoli protezionistici al trasferimento finanziario tra i singoli paesi.
2. Siccome i capitali circolano liberamente, inizia un afflusso di risorse dai Paesi del “centro” verso quelli della “periferia”. I paesi del “centro”, sono quelli più forti finanziariamente perché hanno svalutato il cambio entrando nell’unione valutaria (la Germania col passaggio all’euro è come se avesse “svalutato” il vecchio marco). I paesi della periferia invece, hanno dovuto rivalutare il cambio per entrare nell’area valutaria comune (es. l’Italia ha rivalutato la lira passando all’euro). Ovviamente i paese più solidi del “centro” trovano vantaggioso trasferire capitali in periferia perché i tassi di interesse di quest’ultima, sono più alti e in ogni caso si tratta di prestiti dove non c’è il rischio del cambio monetario (essendo unica la moneta, ma lo stesso discorso vale con monete diverse, ma di pari valore).
3. L’afflusso di capitali (soldi in prestito) alimenta la domanda delle famiglie e delle imprese della periferia, generando crescita dei consumi e degli investimenti. Di conseguenza aumenta il PIL e migliorano i conti pubblici perché aumenta il gettito fiscale connesso all’espansione economica.
4. L’aumento dei consumi e degli investimenti favorisce la crescita del Prodotto Interno Lordo ma anche l’inflazione (troppo credito equivale a troppa moneta in circolazione). Nell’economia periferica che cresce, aumentano i prezzi, i debiti privati, il credito al consumo e spesso aumentano i valori immobiliari. Tutta questa crescita è di fatto una “droga” somministrata dall’arrivo di capitali dal “centro” e ciò si riscontra proprio dall’aumento del debito privato che cresce più rapidamente di quello pubblico, che nella terza fase tende a diminuire.
5. Uno shock interno o esterno fa scoppiare la bolla del debito privato. Non c’è più garanzia di restituzione e a questo punto i paesi del centro bloccano i rifornimenti alla periferia. (esempio di shock la crisi dei mutui subprime negli Usa nel 2008)
6. A questo punto venendo a mancare la liquidità dal centro, si innesca un corto circuito per cui i Paesi della periferia vanno in “recessione”. Il debito pubblico aumenta e contemporaneamente calano i consumi e gli investimenti. Cala il PIL e il rapporto deficit/pil peggiora e si attuano politiche di restrizione fiscale (tagli di spesa e aumento delle tasse) che di solito, peggiorano la situazione.
7. Il peggioramento dei conti pubblici rende la situazione insostenibile per la periferia che non ha alternative se quella di sganciarsi dall’unione valutaria a meno che, gli squilibri non vengano corretti con un intervento politico (nel nostro caso le istituzioni europee)
Felice Presta
Zaino in spalla e scarpe resistenti, così Giuseppe Tucci si avventurava sul massiccio montuoso della Majella prima di ogni viaggio che l’avrebbe portato in Asia centrale, percorrendo quelle terre che secoli prima avevano attraversato le truppe multietniche di Alessandro Magno. Era nato a Macerata il 5 giugno del 1894, in una famiglia cattolica, ma nel 1935 divenne buddista dopo il folgorante incontro con un abate di un monastero nel Tibet meridionale. A descrivere l’episodio, con toni romanzeschi è Geminello Alvi, in un brano del suo libro Uomini del Novecento: «Il primo luglio incontrarono il giovane abate d’un monastero buddhista, vestito di rosso e appena uscito da un eremo dove aveva trascorso tre anni, tre mesi e tre giorni, meditando. Tucci gli chiese di sperimentare le liturgie sottili che sommuovono l’Io, liberando attese stupefatte e pavide: l’ottenne. E vide che quanto gli uomini chiamano “Io” non è che una crosta sottile in bilico dentro un cosmo inatteso e infinito».
Tucci è stato un orientalista, poliglotta, storico delle religioni, autore di circa 360 pubblicazioni tra articoli scientifici, libri e testi divulgativi. Dopo la laurea in lettere nel 1919, presso l’Università di Roma, si dedicò agli studi orientali tra il 1925 e il 1930, quando ebbe l’opportunità di partecipare a una missione culturale in India come docente alle Università di Shantiniketan e di Calcutta. Nominato accademico d’Italia nel 1929, nel novembre dell’anno successivo fu chiamato a occupare la cattedra di Lingua e letteratura cinese a Napoli e nel 1932 passò alla Facoltà di Lettere e Filosofia a Roma, dove fu professore ordinario fino al 1969. Tucci non era il classico intellettuale che trascorreva la vita in biblioteca, ebbe tre mogli, due delle quali lo accompagnarono in alcuni viaggi. Dal 1929 al 1948 compì otto spedizioni scientifiche in Tibet e dal 1950 al 1954 sei in Nepal. Nel 1955 avviò delle spedizioni archeologiche nella valle dello swat in Pakistan, nel 1957 in Afghanistan e nel 1959 in Iran. Nelle sue esplorazioni fu sostenuto sia da un’eccezionale forza di volontà che gli consentì di superare pericoli e affrontare fatiche notevoli, sia dall’eccezionale conoscenza di molte lingue e dialetti che gli permise di stabilire un contatto diretto con le popolazione e di superare le diffidenze.
Fosco Maraini, in Segreto Tibet, scrisse che a lui e agli altri membri della spedizione del 1948 non fu permesso di entrare nella città sacra di Lhasa e che poi, solo Tucci, come buddhista, ricevette il lam-yig, l’autorizzazione al transito. Nel periodo del suo insegnamento in India, Tucci era entrato in contatto con Rabindranath Tagore, poeta, filosofo, prosatore indiano di lingua bengalese, che gli aveva presentato Gandhi. Il Mahatma, a vederlo, raccontò poi l’italiano, sembrava «insignificante, vestito di una pezza di cotone tessuta da lui medesimo, le gambe e il torso nudi, occhialuto e calvo, sgraziato nelle mosse, di scarsa se non addirittura nulla sensibilità artistica». Tagore, invece, «aristocratico» e «ieratico» gli apparve «sospettoso del prossimo avvento della tecnica» e «spirito sommamente svelto e sottile».
Eppure, queste due persone, così diverse fra loro e che gli sembrava «non si comprendessero» lo colpirono profondamente. Con Tagore, ebbe un rapporto intenso, tanto da essere affascinato della sua passione per l’Italia. Per la verità, Tagore fu anche (e non ne fece mistero) un ammiratore di Mussolini e del fascismo anche se, poi, ridimensionò la portata di talune sue dichiarazioni in proposito, dopo il 1945. In quel periodo probabilmente, Tucci conobbe il patriota bengalese Subhas Chandra Bose, perché nel 1937 in una delle varie occasioni in cui il politico venne ricevuto da Mussolini, fu lui ad accompagnarlo in udienza. In una relazione sulla missione in India, inviata il 31 marzo 1931 al ministro degli Esteri Dino Grandi, Tucci propose la creazione di un istituto culturale finalizzato finalizzato ad agevolare gli studi dei giovani indiani in Italia e presso le istituzioni italiane, a promuovere la conoscenza dell’Italia in India, a mettere in contatto studiosi con interessi affini. Mussolini, che già accarezzava l’idea di dar vita ad un istituto per le relazioni con quella parte dell’Asia, ricevette in udienza il professore e rimase d’accordo con lui che avrebbe esaminato il suo progetto quando egli fosse ritornato dal viaggio di esplorazione che si accingeva ad intraprendere nel Tibet. Rientrato in Italia nel novembre del 1931, Tucci riuscì a coinvolgere nel suo progetto il presidente dell’Accademia d’Italia, Giovanni Gentile, che nel luglio dell’anno successivo ottenne da Mussolini l’approvazione definitiva.
L’IsMEO (Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente) nacque ufficialmente, nel febbraio 1933 con presidente e Tucci uno dei due vicepresidenti (l’altro fu G. Volpi di Misurata). Mussolini il giorno dell’inaugurazione parlò di “reciproca comprensione creativa” tra l’Italia e l’oriente asiatico. A seguito del caos del dopoguerra, l’IsMeo riprese le attività solo nel 1948, sotto la presidenza di Tucci che fondò un nuovo periodico “East and West”. Fu Giulio Andreotti a fornire l’impulso decisivo per la ripresa delle attività perché comprese perfettamente il valore scientifico e culturale di quelle missioni e il ritorno d’immagine che con esse ne aveva l’Italia. Tra i due, ci fu negli anni una corrispondenza epistolare.
Tucci nel 1971 in un discorso al Campidoglio disse che “Asia ed Europa sono un tutto unico, solidale per migrazioni di popoli, vicende di conquiste, avventure di commerci, in una complicità storica che soltanto gli inesperti o gli incolti, i quali pensano che tutto il mondo concluso nell’Europa, si ostinano a ignorare”. Più tardi nel 1977, ribandendo la necessità di considerare Europa e Asia accumunati da un unico destino, dirà: “in realtà si deve parlare di un unico continente, l’Eurasiatico”.
Felice Presta
La macchina del Benevento social film festival è partita. Si scaldano i motori per organizzare la quindicesima edizione del festival, che si arricchisce della presenza di un direttore creativo, che affiancherà il comitato artistico dell’Associazione Culturale Libero Teatro, capitanati da Mariella di Libero ,Antonio di Fede ,Rosa Barone e il fondatore del festival Francesco Tomasiello
L’eco designer Franco Francesca sarà il “deus ex machina” della prossima edizione, lavorando come creative director in supporto agli organizzatori dell’evento, occupandosi in prima persona degli aspetti relativi alla parte visiva, partendo dalla veste grafica fino alla scelta del premio 2023, per rinnovare e rappresentare appieno l’identità del tema scelto dalla rassegna cinematografica, che quest’anno è Il Viaggio. Il direttore creativo, inoltre, si occuperà di sviluppare eventi collaterali, strategie di marketing e campagne di rebranding, esplorando in tutte le sue forme il concetto di identità e diversità, inteso come integrazione ed inclusione, concetti chiave anche dell’Agenda 2030: best practice per lo sviluppo sostenibile.
Il concorso internazionale del Cinema Sociale per registi emergenti e professionisti, Scuole e Università, evento promosso dall’Associazione Culturale Libero Teatro di Benevento, ha diffuso il nuovo bando, che si articola in quattro sezioni: Filmmaker e DivAbili; School and University, Anteprime nazionali ed internazionali e Film di animazione. Questi i temi:
Temi della sezione School and University sono:
Particolare attenzione sarà riservata alle opere realizzate dagli studenti con dispositivi mobili – smartphone, tablet, action camera, droni. Per tutte le categorie è comunque previsto il tema libero. Il termine ultimo per l’invio dei lavori è il 28 febbraio 2023.
Tra le novità di questa edizione, nasce il Premio Green Carpet, che renderà il festival sociale di Benevento il primo al mondo a poter vantare questa nuova sezione! In questa rinnovata prospettiva, la quindicesima edizione del Social Film Festival ripercorrerà la storia dei successi raggiunti finora, puntando su una maggiore visibilità nazionale ed internazionale, grazie agli ospiti, alle tematiche e alle nuove strategie di comunicazione, puntando i riflettori su una rassegna cinematografica made in Sannio che appare una perla rara, da tutelare e sostenere con tutti i mezzi possibili. #BSFF2023
Domani è la Befana e come dice il detto “tutte le feste porta via”. E dopo la Befana, per l’appunto, inizia per noi il nostro “nuovo anno”.
Volutamente non abbiamo parlato in questi ultimi mesi sottolineando tutte le “caxxate” politiche che sono state dette, promesse e non fatte.
E soprattutto non abbiamo parlato più di un povero vecchietto ormai in preda al delirio di onnipotenza acclarato.
Non abbiamo parlato delle luminarie cittadine (quali?), né di concorsi alla Provincia, né di malumori politici all’interno della maggioranza di palazzo Mosti.
Potevamo parlare del Malies e del suo alberello messo a mo di candela funeraria davanti ad esso, a testimoniare il fallimento politico di un progetto nato male, condotto peggio e finito tra le mani della magistratura.
Visto che il progetto era nostro potevamo parlare del campanile di Santa Sofia con la nuova illuminazione -può piacere o meno non è quello importante- e del fatto che con i due lumini (una è fulminata) davanti il sagrato al cospetto la chiesa di Santa Sofia (patrimonio Unesco) pare un tomba abbandonata, ma non l’abbiamo fatto.
Potevamo sottolineare , e l’abbiamo fatto, del sovrintendente, del suo arresto, delle modalità di esso e di quanto questa città sia “gestita” da determinati personaggi in modo “allegro”.
E potevamo dimenticarci dello scandalo della Provincia, delle assunzioni, dei lavori pubblici abbandonati, delle scuole?
Ma no…sono anni che scriviamo di questo e di tanti altri problemi che la politica non riesce a risolvere -incapacità, inefficienza, inefficacia? O semplicemente mancanza di volontà? Boh- ne abbiamo parlato e scritto talmente tanto che ormai ci scoccia anche ritornare sull’argomento.
Ci torniamo solo quando qualche dichiarazione-caxxata viene spiattellata ai compiacenti giornalisti di questa città che esaltano oltremodo, e lontano da qualsiasi etica giornalistica, le doti amministrative dei nostri politici-politicanti.
Potevamo parlare molto, e l’abbiamo sempre fatto, ma onestamente ci siamo scocciati a farlo e adesso portiamo avanti solo i nostri progetti basati su idee di città fuori dagli schemi classici senza l’aiuto della politica e senza badare ad essa.
E chissà perché i nostri progetti magicamente si realizzano, senza soldi, senza aiuto politico ma solo con la buona volontà di poche persone che hanno sempre creduto alle idee di un pazzo.
Come dite? Com’è possibile? Beh per l’appunto, come Marzullo, fatevi una domanda e datevi una risposta.
Io intanto sfoglio un libro sulla nostra città…
Tanti auguri di buon 2023 a tutti!
Felice Presta
Il conte di Saint-Germain è un misterioso personaggio vissuto nel secolo XVII in Europa. Molti cultori di scienze esoteriche lo considerano un maestro, altri alimentano il mito dell’Immortale al punto da considerarlo ancora vivo. Sulla vita e le avventure del Conte, esisteva un corposo dossier redatto dalla polizia al tempo di Napoleone che venne distrutto nel 1871 dal governo rivoluzionario della Comune di Parigi. Questa circostanza non ha fatto altro che accrescere la leggenda a scapito della verità storica.
La prima volta che il Conte di Saint Germain (nome falso) comparve in Francia era nel 1756. Brillante intrattenitore, appena cinquantenne ma dall’aspetto giovanile, si fece notare per le sue conoscenze di medicina e come alchimista. Non molto alto, i testimoni lo descrivono vestito con abiti sobri e non troppo vistosi come era moda nel Settecento.
Prima di approdare in Francia, Saint Germain era stato a Vienna dove conobbe il generale e di-plomatico francese Fouquet de Belle Isle che aveva contratto una malattia durante la guerra nei territori germanici. Il conte lo aveva guarito e come atto di gratitudine, il generale l’invitò a Parigi dove venne chiamato al capezzale di una donna di corte avvelenata da funghi non commestibili. Saint Germain, dopo averla guarita, entrò nel salotto della favorita di re Luigi XV, Madame de Pompadour. Le donne di corte lo trovavano affascinante e spesso lui si divertiva a sostenere che fosse in vita da qualche secolo. Straordinario affabulatore, fece spaventare una contessa del salotto, Madame Von Gergy, il cui marito era stato ambasciatore a Venezia.
La donna sosteneva di ricordare chi fosse realmente Saint Germain e gli chiese se in quel periodo fosse stato in Laguna. Alla risposta affermativa del conte, la donna ribatté: «Impossibile, signore, l’uomo da me conosciuto aveva all’incirca la vostra età». Saint Germain sorridendo, le disse di essere molto vecchio e descrisse una serie incredibile di dettagli sui luoghi veneziani citati dalla contessa che presa dallo spavento gridò: «Ma allora voi siete il diavolo!»
Un’altra traccia di Saint Germain si trova a Londra dove nel 1745 conobbe lo scrittore Horace Walpole che annotò nel suo diario: “(…) l’altro giorno mi è stato presentato un singolare indi-viduo che dice di chiamarsi conte di Saint Germain. Si trovava qui da due anni e non aveva mai rivelato la sua identità né da dove giungesse … Canta, suona il violino in modo sublime, compone; potrebbe trattarsi di un folle o di una persona eccessivamente sensibile. Lo ritengono tanto un italiano, quanto uno spagnolo o un polacco; qualcuno dice abbia fatto fortuna nel lontano Messico e abbia raggiunto Costantinopoli; altro lo dicono un imbroglione, un prete, un nobiluomo. Il principe di Galles ha cercato di soddisfare la propria curiosità sul suo conto, ma non ha cavato un ragno dal buco …”
La peculiarità del personaggio, unita a un incontestabile simpatia trova conferma nelle parole rivolte a Madame de Hausset, un’altra del giro di Madame Pompadour: «Ci sono volte in cui mi diverto non tanto a convincere la gente a credermi, ma a lasciarla credere che io sono al mondo da tempo immemorabile».
Cosa sappiamo di Saint-Germain? In una lettera autografa datata novembre 1735 lo troviamo all’Aja, in Olanda, ma non ne conosciamo il motivo. Dal 1735 al 1745 era in Inghilterra, dove fu arrestato ingiustamente come spia, riuscendo poi a dimostrare la propria innocenza. Come già detto nel 1755 si era trasferito a Vienna e su invito del maresciallo Belle-Isle andò a Parigi, diventando una delle attrattive dei salotti della capitale. Diceva di vivere grazie ad un elisir da lui stesso brevettato e molti testimoni ricordano che mangiasse pochissimo e spesso si intratteneva con i commensali senza toccare cibo.
Il suo interesse più grande era la chimica e la sua specialità era di ripulire i gioielli dalle impurità, tanto che alla fine il re di Francia decise di aprire un laboratorio al Trianon nella speranza che le tecniche di Saint-Germain risolvessero il problema della cronica mancanza di denaro a corte. Luigi XV nel 1760 lo inviò segretamente in Olanda in missione diplomatica, con lo scopo di son-dare la possibilità di un’alleanza con l’Inghilterra. Per pura combinazione Saint-Germain alloggiava nello stesso albergo di un altro avventuriero, Giacomo Casanova, anch’egli sul posto per conto del governo francese. I due si erano conosciuti e il veneziano ebbe l’impressione che si trattasse di un millantatore come riporta nelle Memorie: “Un uomo straordinario, nato apposta per il re degli impostori e degli imbroglioni specie quando, parlando in tutta tranquillità, come se niente fosse, dice di essere nato trecento anni fa, di conoscere i segreti della medicina universale, di poter padroneggiare le forze della Natura, di saper lavorare e fondere i diamanti … Eppure, nonostante la sua bonaria, la sua sfacciataggine, il suo volto da bugiardo incallito, il suo palese eccentrico modo di fare, eppure, dicevo, non posso proprio affermare che si tratti di un uomo maleducato oppure offensivo”.
Nel frattempo in Francia, il duca di Choiseul ministro del re contrario alla pace con l’Inghilterra, venuto a conoscenza della missione aveva tramato contro Saint-Germain per farlo arrestare. Fu l’ambasciatore olandese a salvare il conte avvisandolo in tempo e consentirgli di scappare a Londra. Saint-Germain invece di starsene tranquillo in Inghilterra cominciò a calarsi nei panni dell’agente in missione segreta e chiese di incontrare l’ambasciatore di Prussia nella speranza di essere accolto alla corte di Federico il Grande. Terrorizzato, l’ambasciatore si era affrettato a scrivere al segretario di stato prussiano per metterlo in guardia dal conte e dal suo fascino ipnotico che avrebbe potuto incantare il re. A questo punto Saint-Germain dovette rientrare segretamente in Olanda, dove acquistò una proprietà sotto falso nome. A corto di denaro, non fu abbandonato dalla fortuna trovando un altro protettore nel ministro dell’Olanda austriaca, Coblenz. Il politico rimase talmente infatuato da scrivere una lettere piena di entusiasmo al cancelliere Kaunitz sulle capacità di Saint-Germain di lavorare i metalli e i tessuti. Coblenz intuendo il potenziale commerciale dei processi industriali brevettati dal conte, aprì uno stabilimento nei pressi di Tournai. Saint Germain si fece anticipare centomila fiorini e sparì consegnando solo una parte dei brevetti e dei segreti pattuiti. Ad ogni buon conto, gli stabilimenti di Tournai funzionarono bene, fecero guadagnare denaro, prova della buona fede del conte.
Gli spostamenti di Saint Germain nei dieci anni successivi non sono noti, sebbene disse di essere stato in India. Certamente era andato a San Pietroburgo diventando amico del conte Alexei Orlov ammiraglio e importante uomo politico russo. Per motivi ignoti il conte si ritrovò a essere nominato generale dell’esercito russo. Nel 1774 è in Germania a Schwabach, sotto la protezione di Carlo Alessandro margravio del Brandenburgo che rimase colpito dal conte e fu testimone della sua grande amicizia con Orlov. Due anni dopo riprese a viaggiare: Lipsia, Dresda, Berlino dove sperava di farsi ricevere da Federico il Grande e poi di nuovo verso nord ad Amburgo. L’ultima dimora conosciuta di Saint-Germain è un laboratorio nei pressi del castello dei Eckenforde, nella regione dello Schleswig-Holstein, ospite del principe Carlo Hesse-Cassel e dove morì nel febbraio del 1784.
Saint-Germain era morto da qualche mese quando cominciarono a circolare le voci su presunte ricomparse e apparizioni. Madame de Genlis era sicura di averlo visto a Vienna nel 1821. Nel 1836 in un libro intitolato Souvenirs, l’autrice, la contessa d’Adhémar, disse di averlo incontrato cinque volte dopo la sua presunta morte e di averlo visto la prima volta a Versailles nel 1793 negli ultimi giorni della monarchia. Nel 1845 Franz Greffer dichiarò nelle sue Memorie di aver visto il conte di Saint-Germain che gli aveva annunciato che sarebbe ricomparso sui monti dell’Himalaya verso la fine del secolo. Un cumulo di menzogne e mezze verità di personaggi in cerca di visibilità. Misterioso fu senza dubbio Richard Chanfray che nel 1972 comparve alla televisione dichiarando di essere il conte di Saint-Germain e mostrando in diretta televisiva un esperimento di mutazione del metallo in oro con un semplice fornello da campo.
Avventuriero carismatico? Maestro custode di una sapienza segreta? L’enigma di Saint-Germain non è stato risolto. Solo l’ambasciatore prussiano a Dresda seppe cogliere un elemento della personalità del conte conforme alla società del Settecento: “una sorta di disordinata vanità sembra costituire il meccanismo del suo modo di essere”.
FELICE PRESTA
Francesco Tomasiello, l’ideatore del Social Film Festival Artelesia, è da poco rientrato dalla Spagna (ospite al Film Festiva di Siviglia) ed è già a lavoro per organizzare la prossima edizione dell’evento sociale a Benevento.
Il festival, giunto al quindicesimo anno, si arricchisce della presenza di un direttore creativo, che affiancherà il direttore artistico Antonio Di Fede e gli altri membri dell’Associazione Culturale Libero Teatro capeggiati dalla presidente Maria De Libero, organizzatori dell’evento.
Nei prossimi mesi verrà reso noto il nome del creative director che si occuperà, nel festival, degli aspetti relativi alla parte visiva, per rinnovare e rappresentare appieno l’identità del tema scelto dalla rassegna cinematografica del 2023. Il direttore creativo, inoltre, si occuperà di sviluppare eventi collaterali, strategie di marketing e campagne di rebranding, esplorando in tutte le sue forme il concetto di identità e diversità, inteso come integrazione ed inclusione, concetti chiave anche dell’Agenda 2030: best practice per lo sviluppo sostenibile.
Una piccola anticipazione sul Social Film Festival Artelesia n°15? Nasce il Premio Green Carpet, novità unica nel suo genere che renderà il festival sociale di Benevento il primo al mondo a poter vantare questa nuova sezione!
In questa rinnovata prospettiva, la quindicesima edizione del Social Film Festival ripercorrerà la storia dei successi raggiunti finora, puntando su una maggiore visibilità nazionale ed internazionale, grazie agli ospiti, alle tematiche e alle nuove strategia di comunicazione, puntando i riflettori su una rassegna cinematografica made in Sannio come una perla rara, da tutelare e sostenere con tutti i mezzi possibili.
Per conoscere le anticipazioni su tutte le novità e il programma della quindicesima edizione restate connessi sui profili social ufficiali del Social Film Festival Artelesia #SFFA
L’emergenza idrica dovuta alla contaminazione dei pozzi di campo Mazzone è solo l’ultimo dei problemi che le amministrazioni che si sono succedute in questi anni non hanno voluto affrontare.
Quali ad esempio? Beh ce ne sono una marea, dalle scuole (inagibili, parzialmente agibili o da fare interventi di mantenimento), agli edifici pubblici (incompleti o da completare) come il mamozzio, il Malies, la ex scuola Moscati, solo per citarne qualcuna.
Ma prima le fontane, e poi l’”illuminiamoci” di immenso di questa e delle passate amministrazioni ha portato a un disastro di città.
Una città dove si sopravvive, non si vive, sempre con uno stato di emergenza perenne -non mi dimentico ad esempio dell’alluvione del 2015 e di ciò CHE NON SI E’ FATTO PER EVITARE CHE ACCADA DI NUOVO– sempre in attesa di qualcosa o di qualcuno che abbia un lampo di genio (o un po’ di coscienza) e si decida ad affrontare i problemi di una città alcuni dei quali facilmente risolvibili se solo si avesse un po’ di buona volontà.
Ma si lascia scorrere tutto, il tempo, le emergenze, i problemi, tanto domani è un altro giorno e viviamo questo per poi indignarci se accade che si tocchi un bene primario come l’ACQUA. E fa niente se adesso è uscita la nuova ordinanza sindacale che dice che l’acqua è potabile.
Il NON FARE NULLA è imperante in questa città, è la colpa non è solo dei politici o della politica, ma principalmente nostra: di tutti i cittadini che non fanno nulla per cambiare le cose e far fare a questa città un’inversione di marcia.
Siamo destinati a scomparire come Provincia, e ci indigneremo quando Benevento diventerà Provincia di Avellino, ma lo faremo un giorno, forse due…tanto che ci importa. Domani è un altro giorno.
Felice Presta